Samarkand
mi sento scuotere, qualcuno mi sta toccando la spalla destra.
apro un occhio disturbato da questo sbattimento che interrompe il mio sonno e vedo la hostess.
che cavolo vuole? siamo appena partiti…
non vede che sto dormendo?
con un sorriso tirato – la gentilezza e la cortesia non devono mai venire meno – mi dice che devo scendere.
scendere? perchè? non siamo appena partiti?
apro anche l’altro occhio e vedo l’aereo vuoto.
cavolo… ma siamo già arrivati? siamo già a Francoforte?
mi alzo in piedi barcollando; sono rimasto solo io a bordo, equipaggio a parte.
devono essere i postumi della cena di ieri sera a Tashkent, consumata a base di vodka.
accidenti… ho dormito tutto il tempo, sono ancora mezzo addormentato – in fondo sono solo le sette del mattino – e sono stato svegliato dalla signorina con il sorriso tirato.
prendo il bagaglio a mano e mi avvio all’uscita, salutando il personale di bordo.
il viaggio in Uzbekstan è iniziato nove giorni prima di quel risveglio.
all’arrivo a Tashkent, la capitale, incontro Farkhad, il mio riferimento per quel mercato.
non lo conosco, anche se ne ho sentito parlare.
mi dicono sia un giovane che ha voglia di darsi da fare e che forse ha capito che lavorando con noi può tirare su qualche soldo.
il programma prevede di passare la maggior parte del tempo nella capitale, per seguire alcuni importanti progetti, poi di trasferirci a Samarkand per tre giorni.
Samarcanda, come la chiamiamo, ha evocato subito alcuni ricordi nella mia mente, non appena Farkhad mi ha detto che saremmo andati anche lì.
la via della seta, la canzone di Vecchioni, Marco Polo e le sue carovane dall’occidente all’oriente e viceversa.
sinceramente non vedo l’ora di partire, anche se Farkhad mi dice che ci vorranno quasi cinque ore di macchina.
capisco solo quando arriviamo al parking dell’aeroporto perchè ci vogliono cinque ore: la sua è una microvettura che al confronto una cinquecento sembra grande…
e capisco subito che anche questo viaggio sarà un’avventura.
con qualche acrobazia riusciamo a caricare la valigia a bordo e saliamo, destinazione il mio hotel.
durante il tragitto il mio compagno di viaggio inizia a parlarmi della città e degli usi e costumi locali.
gli uomini vengono chiamati per nome, seguito dal suffisso aka: quindi Farkhad-aka, Ismail-aka e così via.
facile, non ci si può sbagliare.
quindi io sono Alex-aka!
no, per me nessun aka, perchè non sono uzbeko; ok, ok… come non detto.
il paese è prevalentemente musulmano ed è il secondo produttore mondiale di cotone.
non è consentito cambiare valuta straniera liberamente, anche perchè non c’è un cambio ufficiale.
per il presidente esiste un vero e proprio culto e ne abbiamo immediatamente la prova quando con l’auto veniamo fermati ad un posto di blocco.
ci dicono che dobbiamo aspettare, perchè quando passa il presidente le strade vengono chiuse lungo il percorso.
ok… aspettiamo, mentre parliamo del più e del meno.
l’attesa si protrae, ormai è passata quasi un’ora da quando ci hanno fermati e chiedo spiegazioni a Farkhad-aka, ricordandomi subito le buone maniere…
la sua risposta è disarmante: non si sa quando il presidente passa e non si sa neanche se passa di qui; per motivi di sicurezza vengono chiuse diverse strade fra quelle che potrebbe percorrere, per scongiurare eventuali attentati.
vuoi dire che ce ne stiamo qui chissà quanto?
rimango a bocca aperta e non sono in grado di dire niente…
fortunatamente dopo 10 minuti la polizia toglie le transenne e ci fa passare; il presidente ha ovviamente seguito un altro percorso e tutto il traffico di Tashkent può riprendere a circolare.
mentre ripenso a questo episodio arriviamo all’albergo in cui devo soggiornare per qualche notte.
Farkhad-aka ha però voluto fare le cose in grande, prenotandomi addirittura un appartamento all’interno della struttura.
mi sento onorato di questa cosa e mi aspetto, come nei film, di avere una specie di suite, finemente arredata e dotata di ogni lusso e comfort.
niente di tutto ciò: l’appartamento è scarno, arredato con mobili che neanche i miei nonnni avevano, senza il frigo bar – porco diavolo, il frigo bar è un must: ci vede essere, come l’acqua calda al mattino per fare la doccia – e con una splendida sporgenza nel pavimento del soggiorno.
una specie di bubbone alto venti centimetri e largo mezzo metro; scoprirò una volta sceso alla reception per comunicare questa cosa che il problema è dipeso dal sistema di riscaldamento a pavimento: il calore ha fatto gonfiare il linoleum ed il rigonfiamento è lì, in bella vista.
di cambiare la stanza – ovviamente – non se ne parla, perchè l’albergo è fully booked.
comincio a sospettare che le stranezze saranno una lunga serie ed infatti poco dopo mi trovo a fare i conti con il cambio della valuta.
andiamo a cenare fuori, al ristorante.
Farkhad-aka mi dice che le carte di credito si possono usare solo in pochissimi posti e che è meglio avere il contante per pagare.
so che ci sono problemi a cambiare, ma lui mi porta in un posto dove riuscirò a convertire fino a 200 dollari.
solo che… il sum, la moneta locale, è svalutatissimo e mi ritrovo con due borse di plastica, di quelle che si usano per fare la spesa, piene zeppe.
con 200 dollari sono ricco di due borse piene di carta, che non so dove mettere.
Farkhad-aka mi dice di portarle tranquillamente al ristorante, tanto non tocca niente nessuno.
anche in questo caso rimango senza parole…
e non oso chiedermi cosa hanno pensato le persone al ristorante, quando mi hanno visto entrare con le due borse della spesa piene di soldi; non me lo chiedo e non lo voglio sapere.
le giornate a Tashkent scorrono tranquille, senza altri problemi.
incontro i vari Tizio-aka, Caio-aka, e così via, ma tutto si svolge normalmente.
addirittura con Vassilii-aka, un giovane di origine russa, riusciamo a chiudere un ordine e dovremmo festeggiare con una bevuta di vodka, ma preferisco rinviare all’ultima sera, prima di partire.
ogni mattina Farkhad-aka mi chiede se ho dormito bene e se non ho bisogno di cushions, cuscini, per dormire meglio.
solo dopo qualche giorno capisco che i cushions cui fa riferimento lui non sono i classici guanciali, ma floride parti di donna.
no, grazie. dormo bene così, anche se apprezzo il pensiero.
la partenza per Samarkand è imminente.
la mia valigia finisce sul portapacchi, mentre quella di Farkhad-aka occupa il poco posto disponibile sul sedile posteriore della sua macchinetta.
mi dice che spera di guadagnare soldi per comprare una macchina nuova ed anche una casa.
anzi, dato che ci siamo mi porta a far vedere la casa che vorrebbe comprare: è una villetta ad un piano, 150 mq. con un piccolo giardino; chiedono l’equivalente di 10.000 dollari.
mi domando quante borse di plastica ci vogliono per convertire una tale somma!
magari conviene arrivare con un camioncino per trasportarle tutte.
la casetta è carina, ma io non vedo l’ora di andare: voglio arrivare a Samarkand prima possibile perchè me la voglio vivere tutta, sin da subito.
il viaggio scorre tranquillo; con Farkhad-aka parliamo di tutto e la compagnia è piacevole.
comincio a preoccuparmi un po’ quando mi dice che ha organizzato la serata.
ho timore a chiedere in cosa consiste ed aspetto che me lo dica lui.
la sua brillante fantasia l’ha portato a pensare che, data la stanchezza per il lungo viaggio, la cosa migliore da fare una volta arrivati sia una bella sauna e poi un buon massaggio rigenerante; a seguire la cena.
come una sauna? devo fare la sauna nudo con il nostro agente?
e poi di che massaggio parliamo? normale o versione cushions?
no cavolo non voglio mischiare queste cose con il lavoro: si rischia sempre di finire in qualche situazione balorda.
o comunque di essere sottoposti a qualche ricattucolo del tipo “quella volta ti ho fatto divertire, ora mi serve avere più sconto” e così via.
mentre mi pongo mentalmente tutte queste domande Farkhad-aka mi assicura che mi piacerà.
a questo punto inizio a preoccuparmi.
e a chiedermi perchè finisco sempre in situazioni strane.
nonchè a pensare come togliermi dall’imbarazzo della sauna nudo con l’agente e successivo massaggio di coppia.
comincio ad immaginare le avances di un agente bisex e successiva orgia.
no no no no… neanche per sogno.
e trovo una brillante soluzione.
arriviamo a Samarkand che è già calato il sole.
ci dirigiamo verso il posto in cui alloggeremo: una casa privata di amici di Farkhad-aka.
in questo caso una bella abitazione, della quale i proprietari sono soliti affittare alcune stanze a turisti stranieri.
siamo sicuramente ad un livello più elevato dello standard, anche se il frigo bar – ovviamente – manca!
scendo dalla mia stanza, pronto a mettere in atto il mio piano di fuga.
“Farkhad-aka, non posso venire, mi spiace. ho dimenticato il costume”.
“il costume non serve: noi facciamo la sauna nudi”, risponde.
“non è tanto per la sauna, ma per il massaggio”.
“tranquillo: non c’è bisogno”; e si avvia verso l’uscita.
bravo Alex, bel piano, complimenti. sei un genio. uno come te nasce ogni cento anni, anzi duecento.
forse è meglio non nasca affatto…
seguo sconsolato Farkhad-aka e salgo in macchina con le orecchie basse.
il piano è fallito: ora mi tocca la sauna nudo con lui e poi il massaggio orgia.
accidenti a me e alla mia insistenza per venire a Samarkand: se restavo a Tashkent tutto ciò non succedeva.
arriviamo alla sauna ed ho un colpo di genio: “non mi sento benissimo, forse è meglio rinunciare”!
“è solo stanchezza per il viaggio Alex, vedrai… una volta dentro avrai una bella sferzata di energia e sarai rimesso a nuovo”.
penso di meritarmi una medaglia per la mia capacità di togliermi dalle situazioni imbarazzanti.
sarebbe più semplice dire no grazie, invece di inventare piani e contropiani.
ormai mi tocca, non posso scappare; e sauna sia.
il pudore di farmi vedere nudo dal mio agente svanisce appena mi butto in piscina, dopo quindici minuti in uno stanzone bollente, adatto ad ospitare una cinquantina di persone, ma quella sera riservato solamente a noi due.
vedo Farkhad correre verso la piscina e tuffarsi.
io ovviamente non posso fare altro che seguirlo e mi butto, subito dopo di lui.
ma l’acqua è ghiacciata che schizzo fuori ad una velocità supersonica, alla stregua di un gatto che finisce a mollo.
è freddissimo, mi sento congelare, mi sento ritirare in ogni parte del corpo.
perfetto! mentre mi riprendo dallo sbalzo termico mi rendo conto che il problema della nudità non sussiste più: il freddo ha rattrappito tutto.
torno di corsa, e con la massima preoccupazione, allo stanzone bollente, dove vedo con grande sollievo che tutto torna alla normalità.
a questo punto, come si dice, il ghiaccio è ormai rotto per cui passiamo altro tempo fra sauna e piscina ghiacciata, fino a quando Farkhad-aka mi dice che è ora del massaggio.
contrariamente alle mie preoccupazioni il massaggio viene fatto singolarmente, prima io poi lui, dopo di che, vestiti dei teli con i quali ci avvolgeremo, ceneremo in una stanza attigua.
tutto molto bizzarro, ma esperienza sicuramente molto piacevole.
il massaggio mi rimette al mondo e la cena è molto buona; fra l’altro l’essere vestiti di soli teli mi fa immaginare di essere come gli antichi romani e finisco a mangiare sdraiato, calandomi completamente nella parte.
finisco la giornata a dormire tranquillo, con la solita domanda di rito di Farkhad, alla quale oppongo un cortese rifiuto.
Samarkand mi fa vivere emozioni molto intense.
mi trovo nel posto che era a metà della via della seta, il percorso che univa oriente e occidente.
quando le carovane arrivavano qui erano esattamente a metà del loro viaggio.
io sono arrivato in aereo e con la piccola macchinetta di Farkhad-aka, ma loro come facevano?
quanto tempo impiegavano?
impressionante: a pensarci mi vengono i brividi.
ma i brividi sono anche altri e sono brividi positivi, ricchi di pathos, quando mi ritrovo al mercato, nella città vecchia.
guardando in una direzione vedo persone di etnia indiana, più in là facce arabe; mi giro e vedo fattezze mongole e poi cinesi e poi russe.
questo posto è un groviglio, un miscuglio di persone, di colori e forme della pelle, di colori di occhi e capelli.
è un intreccio di abiti che denotano la provenienza di ognuna di queste persone.
mi sembre di essere al centro del mondo, al centro dell’umanità per quante tipologie sono qui rappresentate, proprio qui; attorno a me.
sono avvolto da questo microcosmo multietnico e mi riempio gli occhi di queste immagini che resteranno per sempre nella mia mente.
il mercato mi ha affascinato, ma la piazza del Registan mi lascia senza parole.
le tre moschee che la delimitano sono di una bellezza unica.
sono stupende nella loro meravigliosa semplicità.
ovunque il colore predominante è l’azzurro, ma ciò che mi affascina è che questo azzurro che si vede sulle cupole è della stessa tonalità dell’azzurro del cielo.
se non fossi venuto in questo posto non avrei mai potuto vivere delle emozioni così intense.
che continuano alla vista del mausoleo di Tamerlano, epico condottiero capace di riempire pagine di libri di storia per le sue imprese nella seconda metà del 1.300, e dell’osservatorio astronomico fatto costruire da suo figlio agli inizi del 1.400.
anche l’osservatorio mi lascia allibito: è costruito nella roccia e pensare che alcune conoscenze di astronomia odierne sono passate per questo posto centinaia di anni fa mi conferma ancora di più la sensazione di trovarmi in un posto unico.
chissà come facevano a fare i loro calcoli, chissà cosa usavano al posto del computer.
mentre mi pongo queste domande finisco all’interno del negozio di souvenir dell’osservatorio.
guardo in giro i soliti oggetti ricordo – che perdono immediatamente significato quando sono strappati dai luoghi di origine – ma vengo attratto da alcuni rapidissimi movimenti della commessa che sta facendo un conto alla cassa.
le sue mani si muovono molto velocemente, ma non sta scrivendo.
mi avvicino e realizzo che sta facendo il conto, usando un pallottoliere.
un pallottoliere nell’epoca dei computer… è incredibile.
dopo aver terminato il conto mi guarda e mi chiede se voglio qualcosa; rispondo che voglio comprare il suo computer.
mi guarda un po’ sbalordita, probabilmente si sta chiedendo perchè uno straniero alquanto bizzarro vuole comprare lo strumento che usa per fare i conti, ma dopo una breve trattativa cede il suo pallottoliere.
sono soddisfatto! ho comprato un computer – che rappresenta un pezzo di storia – per dieci dollari.
l’unico inconveniente è che non lo so usare, ma poco importa.
mi interessa la magia che mi regala.
durante la cena con Vassilii-aka non faccio altro che raccontargli quanto mi sia entrata nella pancia Samarkand.
è la mia ultima sera a Tashkent; tra qualche ora sarò nuovamente nel mio mondo, ma questa esperienza è stata unica.
eravamo rimasti d’accordo di ritrovarci questa sera per cena ed ora siamo qui a festeggiare l’ordine firmato e tutto il resto.
la missione è quasi finita, ora posso lasciarmi andare.
dai un bicchiere di vodka alla nostra collaborazione.
un bicchiere all’amicizia, uno a Samarkand, uno a Farkhad-aka, uno all’amore, uno ai cushions che non ho usato, uno a me, uno a tutti i presenti nel locale.
dai andiamo a ballare che questa è l’usanza; gli uomini ballano e le donne lanciano delle banconote.
ragazzi mi gira la testa e tra poco devo andare in aeroporto.
nessun problema, brindiamo alla tua partenza, ancora vodka.
il cellulare suona.
ma chi cavolo è alle sette di mattina?
mentre cammino lungo i corridoi dell’aeroporto di Francoforte, ancora mezzo assonnato per il brusco risveglio ad opera della hostess con il sorriso tirato, cerco il telefonino.
è Farkhad-aka.
“Come stai Alex? tutto bene?”.
“ciao Farkhad-aka, tutto bene. ho sempre dormito e mi hanno dovuto svegliare le hostess; mi sa che abbiamo bevuto tanto. non ricordo neanche di essere salito a bordo dell’aereo”.
sento Farkhad-aka che ride di gusto; sto per rispondere alla sua risata, ma la mia mi si strozza in gola.
mentre cammino finisco davanti ad uno specchio e mi rendo conto che sto indossando un pastrano blu di lana di pecora e in testa ho una tjubetejka, il caratteristico copricapo uzbeko.
ma che diavolo ci faccio vestito così?
“Farkhad-aka, perchè ho queste cose addosso?”
“Alex hai mangiato, ballato e ancor di più bevuto come un uzbeko. hai tenuto testa a Vassilii-aka per la vodka che hai bevuto, ma lui beve vodka da quando era bambino!”.
“e con questo? perchè sono vestito così?”.
“sei diventato uno di noi, ora sei un uzbeko e sei anche vestito da uzbeko, Alex-aka”.
