Archive for the ‘Events’ Category
La Repubblica delle Banane (sorde)
aveva ragione l’avvocato, quello con la a maiuscola: l’italia è la repubblica delle banane
basta una semplice infiammazione del condotto uditivo per farmelo capire
fra l’altro una cosa alla quale sono predisposto – chissà mai perché , a parte il fatto di praticare abbastanza regolarmente nuoto – da una decina d’anni a questa parte
la prima volta che sono rimasto sordo è stato a pantelleria; mi reco all’ospedale e già sono fortunato, perché su quell’isoletta in mezzo al canale di sicilia il medico non c’è sempre.
se per esempio il mare è mosso, lui che arriva da trapani, semplicemente non arriva
e mi chiedo “ma come fanno gli abitanti che hanno un problema alle orecchie? devono aspettare che il mare si calmi?”. sì
vabbè, a parte queste considerazioni, io sono fortunato, perché oggi il dottore c’è, il mare non è mosso ed io posso farmi vedere all’ospedale
però una volta arrivato in reparto non lo trovo dove dovrebbe essere
chiedo informazioni e mi dicono che si è assentato, perché è andato a comprare il pane
il pane? sì, il pane; ”che c’è non hai capito?”
scusi ma sono un po’ sordo a causa di una infiammazione del condotto uditivo, ma…
non importa, aspetto, tanto sono in vacanza, mica devo andare a lavorare
però il pane deve essere buono tanto, perché ci deve essere la fila ed il dottore torna dopo un’ora e mezza
alla fine il problema si risolve e mi faccio anche dire dove ha comprato il pane
lui, tutto contento, mi raccomanda di dire che “t’ha mandato il dottore”
e vabbè…
anni dopo, purtroppo non tanti, mi trovo nella stessa situazione
ospedale di pesaro e la dottoressa che mi visita e mi sistema – una romagnola verace – mi dice che quel posto le fa schifo
“pensi che c’è un collega che non fa mai servizio, anzi quando è di guardia sta chiuso in stanza a giocare in borsa, ma siccome suo padre è stato un primario, non è possibile fargli niente. devi solo essere fortunato a non capitare quando c’è lui”
nella sfiga, ho avuto culo ad incontrare lei.
però penso che la malasanità non è solo quando non ti trovano un posto in ospedale e muori in ambulanza; non è solo quando ti amputano la gamba sbagliata; non è solo quando ti lasciano un paio di forbici da sala operatoria dentro la pancia mentre ti ricuciono dopo un intervento chirurgico o tante altre situazioni simili
la malasanità è anche questo
e quando sento dire che i bilanci delle regioni sono in rosso a causa della spesa sanitaria, sai com’è…mi girano un po’ le balle…
e poiché la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo, in questi giorni mi è capitato di nuovo il mio problema di infiammazione…
mi trovo a passare per l’ospedale di fano ed in reparto mi dicono che no, non mi possono guardare se prima non sono andato al pronto soccorso e da lì vengo spedito in reparto
ma in pronto soccorso non hanno a che fare con le emergenze, le urgenze, quelli che arrivano tutti rotti o sbudellati o mezzi morti?
perché far perdere loro tempo con il mio orecchio? o con altre banalità? mah…
senza contare che forse potrei dover aspettare anche qualche ora prima che mi diano un’occhiata, visto che non sono grave
però posso prendere una prenotazione in un fantastico ufficio che si chiama cup
io che sono fortunato, nonostante la sfiga dell’infiammazione, perché sono lì vicino, ci vado subito
solo che è chiuso, perché apre al pubblico dalle 9 in poi; al limite posso telefonare
chiamo – e le linee sono momentaneamente occupate, cazzo il momento dura un’ora… – e mi danno l’appuntamento per ottobre
ottobre? sì ottobre; ma io non ci sento adesso, che cazzo faccio fino ad ottobre?
“se vuole può andare a pagamento”
io che sono fortunato, perché facendomi il culo riesco ad avere un buon tenore di vita, posso anche permettermi di andare a fare una visita a pagamento; ma un povero diavolo che non può?
un anziano che vive di 500 euro di pensione?
vabbè, mi dia l’appuntamento per la visita a pagamento
“il 4 agosto”
il 4 agosto cosa? io non ci sento ora, come faccio ad aspettare fino al 4 agosto?
“mi spiace, ma siamo pieni, è estate, i medici sono in ferie”
ma porca troia, e adesso?
non ci sento e se da un lato potrebbe essere una bella scusa per fare orecchie da mercante, dall’altro è una grande rottura di palle
dopo vari ed inutili tentativi, riesco ad avere un appuntamento con un otorino per il giorno dopo
ambulatorio privato, bella targa esposta fuori dallo studio, che è posizionato nella stessa abitazione del dottore – tutto casa ed ambulatorio, penso… – e speriamo che mi risolva il problema velocemente.
il dottore è anziano, secondo me alla fine della carriera, ma speriamo bene.
mi fa questo, mi fa quell’altro, mi mette le gocce
“tutto a posto nel giro di 3 o 4 giorni” dice
grazie, quanto devo?
“70 euro”
nessun problema, io che sono fortunato ed ho un buon tenore di vita – perché lavoro tanto e mi faccio il culo – posso spendere
mi fa la ricevuta?
“eh, ma come faccio? io sono in pensione da qualche anno. mi spiace…”
in pensione? ora non solo non ci sento a causa della medicazione, ma sono anche rimasto senza parole.
prendo i soldi, pago ed esco per non incazzarmi di fronte al dottore
però mi chiedo – porca puttana – ma che cazzo di paese è questo?
il servizio sanitario nazionale non mi tutela e più che un servizio è un disservizio
permettono ad un medico, sicuramente bravo e competente, ma un po’ passato di moda perché andato in pensione di continuare a mettere le mani addosso alle persone, di essere presente sull’elenco telefonico – unico, insieme al primario dell’ospedale – di avere la targa dell’ambulatorio in bella vista
per non parlare di quello che va a comprare il pane durante l’orario di servizio o di quell’altro che passa il tempo a giocare in borsa
dove cavolo vanno a finire quelle decine di migliaia di euro che pago di tasse perché mi faccio il culo a lavorare e non perché qualcuno mi regala qualcosa?
ed i redditi non dichiarati del dottore in pensione?
dove vanno?
ehhh?
come hai detto?
scusa, parla più forte, non ti sento
però lo immagino: nella repubblica delle banane
Notte di stelle

il vento di tramontana ha rinfrescato l’aria di questa notte d’estate e spazzato via le nuvole.
porta aria di mare fino a qui
l’adriatico è lì in basso, appena dietro alle luci
la Luna aiuta a intravederne la linea, all’orizzonte
il cielo è pieno di lumini, che tanto affascinano
a guardarli è uno spettacolo
le stelle sembrano buttate lì a caso, tanto per rischiarare la notte
sembra senza un senso logico, che invece esiste.
la Luna continua a salire in cielo, luminosissima come poche altre volte
è la regina indiscussa, anche se deve spartire l’onore della sarata con un ospite d’eccezione: Giove.
Giove appare a sud-est
sembra un puntino piccolo, una stella come tante altre; invece è il pianeta più grande di tutto il sistema solare
la Luna e Giove sono vicini, sembra questione di pochi centimetri, in realtà sono distanti migliaia di chilometri
ma appaiono come madre e figlio.
la tramontana sferza
mi riscaldo con un rhum invecchiato, mentre gli occhi continuano ad osservare i lumini in cielo
a nord la Stella Polare, tanto cara ai naviganti per indicare la via
trovarla, se non si conoscono le stelle, è abbastanza facile
basta individuare la costellazione dell’Orsa Maggiore – o Grande Carro – prendere le prime due stelle tra pollice ed indice e misurare cinque volte tale distanza, verso destra della prima stella
si arriva in prossimità di una stella non particolarmente luminosa, ma di certo estremamente affascinante per il ruolo che riveste: indicare il nord.
una stella cadente!
mentre sto con il naso all’insù, a guardare la Stella Polare, vedo una scia luminosa verso nord-est
è talmente bella l’immagine che… dimentico di esprimere un desiderio
peccato, ma lo spettacolo è stato notevole
in quel pezzo di cielo dove è passata la stella cadente si vede la costellazione di Cassiopea e, poco più sotto, Andromeda
a destra, verso est, inizia la costellazione di Pegaso, il cavallo alato
io osservo le stelle e loro sembrano osservare me
mi sembra di essere parte di loro, anche se mi viene spontaneo pensare che sia conseguenza del rhum
ogni sorso sale nel naso e scende nella gola, ma finisce per inebriare il cervello
la notte prosegue con i suoi rumori
con i suoi profumi d’estate
con il suo lento scorrere
con la tramontana che a volte fà venire i brividi, perchè in questi giorni non ti aspetti certo di sentire un vento freddo da nord.
alzo la testa
sulla mia verticale la costellazione della Lira, con la stella Vega a splendere come un lampione nella notte
vicino ad essa altre stelle ad illuminare il cielo
anche queste sembrano buttate lì a caso, ma basta prendere una matita immaginaria, iniziare ad unirle per avere altre due costellazioni fra le più conosciute: il Cigno e l’Aquila, con la stella Altair che brilla luminosa nella coda della seconda.
altra stella cadente!
altra grande sorpresa
altro desiderio non espresso, perchè intento ad ammirare lo spettacolo di questa scia tracciata nel cielo a tutta velocità
o forse non espresso a causa dei riflessi rallentati dal rhum
boh… chi lo sa?
tutto sommato mi sono perso due desideri, ma ho visto qualcosa che non capita tutti i giorni di vedere
anzi troppo spesso siamo abituati a non alzare la testa
a non guardare in alto
a contemplare senza pensare
la Luna e Giove si sono allontanati, proseguendo ognuno il proprio cammino in questa notte d’estate.
la notte avanza, il rhum sta finendo
le ore sono trascorse, mentre io sono rimasto qui, con il naso all’insù, a guardare il cielo
ad est sorge imperiosa Venere, definita la stella del mattino perchè spesso si vede prima dell’alba
è luminosissima e bellissima
so bene che non è una stella, ma mi godo la sua presenza come se lo fosse
la tramontana è ancora presente, così come le costellazioni e le stelle di questa notte d’estate
fresca, per il vento da nord, che porta i profumi dell’adriatico fino a qui
che mi ha regalato due stelle cadenti
che mi ha fatto vedere la Luna, Giove, Venere e le altre stelle
il rhum è finito, la notte finirà tra qualche ora, lo spettacolo è stato fantastico, quasi magico, ma ora vado a dormire
un ultimo pensiero, prima di abbassare lo sguardo dal cielo, va alla Stella che mi ha cresciuto quando ero bambino.
[rgb ha segnalato questo video per il post "Notte di stelle"]
Zazen

“Alessandro, ciao, come stai? ti andrebbe di partecipare ad uno zazen notturno?”
la voce di Massimiliano al telefono è inconfondibile.
c’è un che di gioioso nelle sue parole, quasi una contagiosa serenità fanciullesca che mi fa sempre sorridere, ogni volta che lo sento.
sono un autodidatta dello zazen. ho iniziato da solo, dopo aver letto qualche libro che parla di samurai e della loro abitudine di praticare zazen, per raggiungere la condizione di mu-shin.
il mu-shin è il vuoto mentale fondamentale per affrontare i combattimenti, sprezzanti della possibilità di perdere la vita per mano dell’avversario.
nel mio percorso di avvicinamento all’oriente ho praticato qualche volta da solo, sedendomi su un cuscino del divano e portando la mia attenzione sulla respirazione, abbandonando progressivamente i pensieri per raggiungere uno stato di benefica tranquillità.
ma non ho mai fatto uno zazen insieme ad altri, tanto meno con Massimiliano, che invece pratica regolarmente e che ho trovato su internet, nella ricerca fatta qualche tempo fa.
“Alessandro, ci sei?”
sì, sì ci sono. scusa.
vengo sicuramente, se pensi che io possa fare una cosa del genere.
lo zazen notturno è previsto per un sabato di inizio dicembre – per festeggiare l’illuminazione del Buddha Shakyamuni – a casa di un altro praticante, Antonio.
si inizia alle 23 e 30 e si va avanti per tutta la notte, con intervalli regolari, per finire al mattino.
sono in grado di stare tutto quel tempo in zazen, seduto a meditare? non lo so, ma non lo sento come un problema.
non so perchè, ma le cose che mi dice Massimiliano mi sembrano buone, a prescindere da qualsiasi altro discorso o considerazione.
ci troviamo verso le 22, sotto casa di Antonio.
aiuto Massimiliano e la ragazza che praticherà con noi – Agnese? non ricordo il nome – a portare al primo piano tutto ciò che serve per allestire il dojo, il luogo in cui praticheremo per la notte.
il soggiorno di Antonio tra qualche settimana sarà arredato, ma al momento è spoglio e si presta, con le sue pareti bianche, ad accoglierci per la notte.
al centro della stanza, su un altare improvvisato, un Buddha, che lo stesso Antonio ha riportato da un suo viaggio, sfindando le ire di alcuni doganieri che glielo volevano sequestrare.
a terra, già pronti, alcuni tappetini e le coperte sulle quali sedersi, soprattutto per chi, come me, non ha lo zafu, il cuscino da meditazione.
in pochi minuti l’allestimento del dojo è completato.
Massimiliano mi dice che posso cambiarmi e prepararmi.
l’abbigliamento richiesto è scuro, in modo da non disturbare gli altri durante la meditazione.
ho deciso che siccome questo viaggio verso chissà cosa ha visto nascere subito una sorta di attrazione per il kendo e lo zen, questa sera praticherò il mio primo zazen indossando hakama e kendogi, che abitualmente uso per allenarmi con gli amici kendoka.
mi sembra l’abito più appropriato, quello più giusto, per l’occasione.
lo sento mio, elegantemente a mio agio nella spessa stoffa di cotone blu notte, accompagnato dalle sette virtù del bushido – i principi di vita dei samurai – che sono raffigurate dalle pieghe dell’hakama.
Antonio, da sempre e per sempre un karateka, riconosce subito la mia divisa e sorride compiaciuto delle affinità che stiamo scoprendo.
Massimiliano mi fa i complimenti e sembra veramente contento che io sia lì con loro.
peccato che altri non siano venuti, ma sono quasi più contento così: troppa gente avrebbe potuto distrarmi dal mio primo zazen.
in questo modo mi sento ancora di più in famiglia.
è ora.
la stanza profuma d’incenso. una luce leggera illumina l’ambiente, trasmettendo una lieve sensazione di calore.
seguo Agnese – non ricordando il nome, continuerò a chiamarla così – che entra per prima nel dojo.
faccio ciò che fa lei, essendo la mia prima volta.
attraverso la linea bianca tracciata in terra, porto le mani giunte nella posizione di gassho, faccio un leggero inchino e mi avvicino al mio posto, il primo alla sinistra della statua di Buddha.
entrano anche Antonio e Massimiliano.
ci sediamo e prendiamo posizione.
le gambe sono incrociate, le ginocchia toccano terra, grazie al modo in cui ci si siede. Massimiliano mi controlla la posizione e sottovoce mi dice che va bene.
chiudo le mani in un pugno, ondeggio delicatamente da destra a sinistra e da sinistra a destra, oscillando come un pendolo fino a che il mio corpo non trova una sua posizione di equilibrio naturale.
gassho. lo sguardo, leggermente inclinato verso il basso, rivolto alla parete bianca di fronte a me.
raccolgo la mano sinistra nella destra, i pollici che si toccano a formare un cerchio e inizio a respirare.
qui ed ora.
Max, Antonio, Agnese, io, la statua di Buddha, la parete bianca, il profumo d’incenso.
inspiro. l’aria scende in profondità nel mio ventre, attraversando tutto il mio corpo.
espiro. l’aria esce completamente.
la prima volta che ho letto che con la pratica si sarebbe potuto ascoltare il proprio respiro ho pensato che fosse qualcosa di irreale.
invece è proprio così.
inspiro. espiro.
silenzio tutto attorno. dentro la stanza e fuori. anche il traffico si è fermato.
se arrivano i pensieri – capita – non si trattengono. non ci si sofferma.
infatti li lascio andare, dopo averli distrattamente osservati, nel loro comparire e scomparire.
rumore di tacchi in strada. qualcuno che rientra. un passo femminile.
appare. scompare.
il pensiero non si è soffermato su chi potesse essere, dove potesse andare, cosa potesse aver fatto.
inspiro. espiro.
mi sento bene, seduto nella pratica del mio zazen, insieme ai miei amici.
il primo zazen dura un’ora e mezza, suddiviso in due periodi di meditazione seduta davanti al muro intervallati da un breve periodo di meditazione in piedi. durante il kin-hin ci si muove molto lentamente, camminando in fila, uno dietro l’altro.
durante la meditazione seduta Antonio, a comando di Massimiliano, si avvicina con il kyosaku, il bastone rituale con il quale si può chiedere di essere lievemente percossi in un punto preciso, sulla spalla, vicino alla base del collo, per evitare di addormentarsi.
non ho bisogno del kyosaku. sono sveglio, vigile e presente in ciò che sto facendo.
qui ed ora.
“quando siedo in zazen mi sento a casa. anche se la postura talvolta è scomoda o dolorosa, anche se talvolta si è stanchi o agitati, questi fastidi sono superficiali rispetto alla profondità del senso di pace che provo nel cuore”.
niente di più vero.
le parole di Massimiliano segnano la fine del primo periodo di meditazione.
seguo il rituale ed esco dal dojo, attraversando la linea bianca.
“come ti senti? è pesante?”
no, sto bene. il primo periodo è passato tranquillamente. mi sembra di praticare zazen da sempre, chissà…
dal silenzio della meditazione alle chiacchiere della pausa. riprendiamo tra un’ora per il secondo periodo.
siedo a terra, sulle coperte, insieme agli altri.
mangiamo biscotti, beviamo tisana per scaldarci, parliamo.
racconto qualcosa della mia vita e del percorso che mi ha portato in questo posto, con questi nuovi compagni di viaggio.
Antonio è un ex farmacista; sta cambiando la sua vita. il karate è una delle sue passioni.
Agnese si alza tutte le mattine alle 4 e mezza per andare a lavorare in una fabbrica di trattori.
Massimiliano dice che il prossimo anno farà una sesshin di tre giorni, magari ci si può andare insieme.
intanto però esiste il qui ed ora.
il tempo è passato velocemente, è il momento del secondo periodo.
il kyosaku mi desta dal torpore nel quale potrei scivolare.
non troppo, ma avverto che il silenzio della notte – sono le due passate – e tutto il contesto devono essere contrastati.
mi piego di lato, Antonio colpisce in modo secco e deciso, ma senza causarmi dolore.
mi piego dall’altra parte, altro colpo.
posso riprendere a meditare. gassho.
“il secondo periodo è il peggiore, il più difficile”.
non l’ho accusato troppo. il ricorso al kyosaku è stato preventivo.
non ne avevo una reale necessità, ma ho preferito così.
anche durante questa pausa, prima dell’ultimo periodo, beviamo tisana, mangiamo biscotti e dolcetti, mentre parliamo di noi.
quattro anime che si sono ritrovate, che hanno incrociato i loro percorsi per una notte.
magie della vita.
Massimiliano controlla la pentola sul fuoco: la nostra colazione si sta cuocendo a dovere.
la guen mai è una zuppa di riso e vegetali, che si consuma in modo rituale quando anche l’ultimo ciclo di zazen è stato completato.
mi sono portato ciotola, cucchiaio e tovagliolo – come da istruzioni – e fra un paio d’ore potrò vivere anche questo momento di una notte così inusuale, ma estremamente affascinante nel suo svolgersi.
ho male alle gambe.
abbiamo ripreso da un po’, il terzo e ultimo periodo, ma non saprei dire da quando.
il tempo si è dilatato e ne ho perso la percezione.
so solo che abbiamo ricominciato alle quattro e che il terzo zazen dura un’ora, come il secondo.
il kin-hin intermedio ed il ricorso al kyosaku non bastano.
non è stanchezza vera e propria, ma sento che non durerò ancora a lungo.
Agnese accanto a me si muove. è sempre stata immobile nel suo praticare; si alza, esce dal dojo, torna dopo qualche minuto.
non sono il solo ad accusare.
non vedo Antonio e Max, perchè sono alle mie spalle.
spero solo che Max suoni la campana, che segna tutti i passaggi importanti dello zazen, inclusa la fine, prima possibile.
i pensieri ora vengono – chissà quando suona, chissà che ore sono, chissà se resisto – e devo concentrarmi sulla respirazione, per evitare che oltre a venire i pensieri si fermino e vanifichino il lavoro di tutta una notte.
inspiro. espiro.
inspiro. espiro.
inspiro. espiro.
il suono della campana, anche se leggero per non svegliare i vicini di Antonio, segna la conclusione dell’ultimo periodo di meditazione.
“alle prime luci dell’alba anche l’ultimo residuo di ignoranza, di karma si estinse completamente: la piena consapevolezza, la totale presenza, furono realizzate in modo definitivo. Gotama divenne il Buddha Shakyamuni”.
ho concluso il mio primo zazen notturno, e sono felice.
recito insieme agli altri il sutra del cuore, seguendo su un foglio le parole che vengono cantate quasi sottovoce, sempre per evitare di svegliare qualcuno.
in fondo sono le cinque e mezza.
a quest’ora e dopo una notte insonne, passata a meditare, la guen mai calda è un piacere.
la temperatura è un po’ scesa ed il calore della zuppa mi rimette al mondo.
mi sento leggero e sereno, anche se non ho chiuso occhio tutta la notte, anche se alla fine non ne potevo più.
grazie Max per avermi invitato e grazie Antonio e Agnese – chissà se si chiama così – per avermi fatto compagnia.
tolgo l’hakama. sono le sei e tre quarti.
abbiamo rimesso a posto la stanza di Antonio.
i prossimi giorni diventerà il soggiorno di casa sua, ma per questa notte è stato il nostro dojo, il nostro luogo di pratica.
piego l’hakama come si deve e mi rimetto gli abiti normali, quelli che uso quando sto nel mio mondo normale.
prima di scendere infilo un berretto di lana in testa, fuori c’è nebbia e non deve essere tanto caldo. in fondo siamo ad inizio dicembre.
saluto Antonio, prendo le mie cose ed alcune di quelle di Massimiliano.
accompagno lui e Agnese alla macchina, li saluto, li ringrazio e vado verso la mia.
sto per salire, quando un tipo mi chiede se ho una sigaretta.
no.
ma come fai a fumare a quest’ora – penso – sono le sette e un quarto.
il vetro è appannato, devo aspettare qualche minuto, prima di rimettermi in viaggio per tornare.
mi aspetta un’ora, forse un’ora e un quarto di guida prima di andare a letto.
non sono stanco, anzi mi sento proprio bene.
a14.
qualche minuto alle otto.
ripenso alla notte di zazen, dedicata al risveglio del Buddha Shakyamuni.
gli occhi vanno verso lo specchio retrovisore.
dalla nebbia emerge un pallido sole, e sembra quasi voler testimoniare il risveglio del Buddha.
o forse il risveglio di un nuovo giorno.
o forse il risveglio mio.
