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Samarkand
mi sento scuotere, qualcuno mi sta toccando la spalla destra.
apro un occhio disturbato da questo sbattimento che interrompe il mio sonno e vedo la hostess.
che cavolo vuole? siamo appena partiti…
non vede che sto dormendo?
con un sorriso tirato – la gentilezza e la cortesia non devono mai venire meno – mi dice che devo scendere.
scendere? perchè? non siamo appena partiti?
apro anche l’altro occhio e vedo l’aereo vuoto.
cavolo… ma siamo già arrivati? siamo già a Francoforte?
mi alzo in piedi barcollando; sono rimasto solo io a bordo, equipaggio a parte.
devono essere i postumi della cena di ieri sera a Tashkent, consumata a base di vodka.
accidenti… ho dormito tutto il tempo, sono ancora mezzo addormentato – in fondo sono solo le sette del mattino – e sono stato svegliato dalla signorina con il sorriso tirato.
prendo il bagaglio a mano e mi avvio all’uscita, salutando il personale di bordo.
il viaggio in Uzbekstan è iniziato nove giorni prima di quel risveglio.
all’arrivo a Tashkent, la capitale, incontro Farkhad, il mio riferimento per quel mercato.
non lo conosco, anche se ne ho sentito parlare.
mi dicono sia un giovane che ha voglia di darsi da fare e che forse ha capito che lavorando con noi può tirare su qualche soldo.
il programma prevede di passare la maggior parte del tempo nella capitale, per seguire alcuni importanti progetti, poi di trasferirci a Samarkand per tre giorni.
Samarcanda, come la chiamiamo, ha evocato subito alcuni ricordi nella mia mente, non appena Farkhad mi ha detto che saremmo andati anche lì.
la via della seta, la canzone di Vecchioni, Marco Polo e le sue carovane dall’occidente all’oriente e viceversa.
sinceramente non vedo l’ora di partire, anche se Farkhad mi dice che ci vorranno quasi cinque ore di macchina.
capisco solo quando arriviamo al parking dell’aeroporto perchè ci vogliono cinque ore: la sua è una microvettura che al confronto una cinquecento sembra grande…
e capisco subito che anche questo viaggio sarà un’avventura.
con qualche acrobazia riusciamo a caricare la valigia a bordo e saliamo, destinazione il mio hotel.
durante il tragitto il mio compagno di viaggio inizia a parlarmi della città e degli usi e costumi locali.
gli uomini vengono chiamati per nome, seguito dal suffisso aka: quindi Farkhad-aka, Ismail-aka e così via.
facile, non ci si può sbagliare.
quindi io sono Alex-aka!
no, per me nessun aka, perchè non sono uzbeko; ok, ok… come non detto.
il paese è prevalentemente musulmano ed è il secondo produttore mondiale di cotone.
non è consentito cambiare valuta straniera liberamente, anche perchè non c’è un cambio ufficiale.
per il presidente esiste un vero e proprio culto e ne abbiamo immediatamente la prova quando con l’auto veniamo fermati ad un posto di blocco.
ci dicono che dobbiamo aspettare, perchè quando passa il presidente le strade vengono chiuse lungo il percorso.
ok… aspettiamo, mentre parliamo del più e del meno.
l’attesa si protrae, ormai è passata quasi un’ora da quando ci hanno fermati e chiedo spiegazioni a Farkhad-aka, ricordandomi subito le buone maniere…
la sua risposta è disarmante: non si sa quando il presidente passa e non si sa neanche se passa di qui; per motivi di sicurezza vengono chiuse diverse strade fra quelle che potrebbe percorrere, per scongiurare eventuali attentati.
vuoi dire che ce ne stiamo qui chissà quanto?
rimango a bocca aperta e non sono in grado di dire niente…
fortunatamente dopo 10 minuti la polizia toglie le transenne e ci fa passare; il presidente ha ovviamente seguito un altro percorso e tutto il traffico di Tashkent può riprendere a circolare.
mentre ripenso a questo episodio arriviamo all’albergo in cui devo soggiornare per qualche notte.
Farkhad-aka ha però voluto fare le cose in grande, prenotandomi addirittura un appartamento all’interno della struttura.
mi sento onorato di questa cosa e mi aspetto, come nei film, di avere una specie di suite, finemente arredata e dotata di ogni lusso e comfort.
niente di tutto ciò: l’appartamento è scarno, arredato con mobili che neanche i miei nonnni avevano, senza il frigo bar – porco diavolo, il frigo bar è un must: ci vede essere, come l’acqua calda al mattino per fare la doccia – e con una splendida sporgenza nel pavimento del soggiorno.
una specie di bubbone alto venti centimetri e largo mezzo metro; scoprirò una volta sceso alla reception per comunicare questa cosa che il problema è dipeso dal sistema di riscaldamento a pavimento: il calore ha fatto gonfiare il linoleum ed il rigonfiamento è lì, in bella vista.
di cambiare la stanza – ovviamente – non se ne parla, perchè l’albergo è fully booked.
comincio a sospettare che le stranezze saranno una lunga serie ed infatti poco dopo mi trovo a fare i conti con il cambio della valuta.
andiamo a cenare fuori, al ristorante.
Farkhad-aka mi dice che le carte di credito si possono usare solo in pochissimi posti e che è meglio avere il contante per pagare.
so che ci sono problemi a cambiare, ma lui mi porta in un posto dove riuscirò a convertire fino a 200 dollari.
solo che… il sum, la moneta locale, è svalutatissimo e mi ritrovo con due borse di plastica, di quelle che si usano per fare la spesa, piene zeppe.
con 200 dollari sono ricco di due borse piene di carta, che non so dove mettere.
Farkhad-aka mi dice di portarle tranquillamente al ristorante, tanto non tocca niente nessuno.
anche in questo caso rimango senza parole…
e non oso chiedermi cosa hanno pensato le persone al ristorante, quando mi hanno visto entrare con le due borse della spesa piene di soldi; non me lo chiedo e non lo voglio sapere.
le giornate a Tashkent scorrono tranquille, senza altri problemi.
incontro i vari Tizio-aka, Caio-aka, e così via, ma tutto si svolge normalmente.
addirittura con Vassilii-aka, un giovane di origine russa, riusciamo a chiudere un ordine e dovremmo festeggiare con una bevuta di vodka, ma preferisco rinviare all’ultima sera, prima di partire.
ogni mattina Farkhad-aka mi chiede se ho dormito bene e se non ho bisogno di cushions, cuscini, per dormire meglio.
solo dopo qualche giorno capisco che i cushions cui fa riferimento lui non sono i classici guanciali, ma floride parti di donna.
no, grazie. dormo bene così, anche se apprezzo il pensiero.
la partenza per Samarkand è imminente.
la mia valigia finisce sul portapacchi, mentre quella di Farkhad-aka occupa il poco posto disponibile sul sedile posteriore della sua macchinetta.
mi dice che spera di guadagnare soldi per comprare una macchina nuova ed anche una casa.
anzi, dato che ci siamo mi porta a far vedere la casa che vorrebbe comprare: è una villetta ad un piano, 150 mq. con un piccolo giardino; chiedono l’equivalente di 10.000 dollari.
mi domando quante borse di plastica ci vogliono per convertire una tale somma!
magari conviene arrivare con un camioncino per trasportarle tutte.
la casetta è carina, ma io non vedo l’ora di andare: voglio arrivare a Samarkand prima possibile perchè me la voglio vivere tutta, sin da subito.
il viaggio scorre tranquillo; con Farkhad-aka parliamo di tutto e la compagnia è piacevole.
comincio a preoccuparmi un po’ quando mi dice che ha organizzato la serata.
ho timore a chiedere in cosa consiste ed aspetto che me lo dica lui.
la sua brillante fantasia l’ha portato a pensare che, data la stanchezza per il lungo viaggio, la cosa migliore da fare una volta arrivati sia una bella sauna e poi un buon massaggio rigenerante; a seguire la cena.
come una sauna? devo fare la sauna nudo con il nostro agente?
e poi di che massaggio parliamo? normale o versione cushions?
no cavolo non voglio mischiare queste cose con il lavoro: si rischia sempre di finire in qualche situazione balorda.
o comunque di essere sottoposti a qualche ricattucolo del tipo “quella volta ti ho fatto divertire, ora mi serve avere più sconto” e così via.
mentre mi pongo mentalmente tutte queste domande Farkhad-aka mi assicura che mi piacerà.
a questo punto inizio a preoccuparmi.
e a chiedermi perchè finisco sempre in situazioni strane.
nonchè a pensare come togliermi dall’imbarazzo della sauna nudo con l’agente e successivo massaggio di coppia.
comincio ad immaginare le avances di un agente bisex e successiva orgia.
no no no no… neanche per sogno.
e trovo una brillante soluzione.
arriviamo a Samarkand che è già calato il sole.
ci dirigiamo verso il posto in cui alloggeremo: una casa privata di amici di Farkhad-aka.
in questo caso una bella abitazione, della quale i proprietari sono soliti affittare alcune stanze a turisti stranieri.
siamo sicuramente ad un livello più elevato dello standard, anche se il frigo bar – ovviamente – manca!
scendo dalla mia stanza, pronto a mettere in atto il mio piano di fuga.
“Farkhad-aka, non posso venire, mi spiace. ho dimenticato il costume”.
“il costume non serve: noi facciamo la sauna nudi”, risponde.
“non è tanto per la sauna, ma per il massaggio”.
“tranquillo: non c’è bisogno”; e si avvia verso l’uscita.
bravo Alex, bel piano, complimenti. sei un genio. uno come te nasce ogni cento anni, anzi duecento.
forse è meglio non nasca affatto…
seguo sconsolato Farkhad-aka e salgo in macchina con le orecchie basse.
il piano è fallito: ora mi tocca la sauna nudo con lui e poi il massaggio orgia.
accidenti a me e alla mia insistenza per venire a Samarkand: se restavo a Tashkent tutto ciò non succedeva.
arriviamo alla sauna ed ho un colpo di genio: “non mi sento benissimo, forse è meglio rinunciare”!
“è solo stanchezza per il viaggio Alex, vedrai… una volta dentro avrai una bella sferzata di energia e sarai rimesso a nuovo”.
penso di meritarmi una medaglia per la mia capacità di togliermi dalle situazioni imbarazzanti.
sarebbe più semplice dire no grazie, invece di inventare piani e contropiani.
ormai mi tocca, non posso scappare; e sauna sia.
il pudore di farmi vedere nudo dal mio agente svanisce appena mi butto in piscina, dopo quindici minuti in uno stanzone bollente, adatto ad ospitare una cinquantina di persone, ma quella sera riservato solamente a noi due.
vedo Farkhad correre verso la piscina e tuffarsi.
io ovviamente non posso fare altro che seguirlo e mi butto, subito dopo di lui.
ma l’acqua è ghiacciata che schizzo fuori ad una velocità supersonica, alla stregua di un gatto che finisce a mollo.
è freddissimo, mi sento congelare, mi sento ritirare in ogni parte del corpo.
perfetto! mentre mi riprendo dallo sbalzo termico mi rendo conto che il problema della nudità non sussiste più: il freddo ha rattrappito tutto.
torno di corsa, e con la massima preoccupazione, allo stanzone bollente, dove vedo con grande sollievo che tutto torna alla normalità.
a questo punto, come si dice, il ghiaccio è ormai rotto per cui passiamo altro tempo fra sauna e piscina ghiacciata, fino a quando Farkhad-aka mi dice che è ora del massaggio.
contrariamente alle mie preoccupazioni il massaggio viene fatto singolarmente, prima io poi lui, dopo di che, vestiti dei teli con i quali ci avvolgeremo, ceneremo in una stanza attigua.
tutto molto bizzarro, ma esperienza sicuramente molto piacevole.
il massaggio mi rimette al mondo e la cena è molto buona; fra l’altro l’essere vestiti di soli teli mi fa immaginare di essere come gli antichi romani e finisco a mangiare sdraiato, calandomi completamente nella parte.
finisco la giornata a dormire tranquillo, con la solita domanda di rito di Farkhad, alla quale oppongo un cortese rifiuto.
Samarkand mi fa vivere emozioni molto intense.
mi trovo nel posto che era a metà della via della seta, il percorso che univa oriente e occidente.
quando le carovane arrivavano qui erano esattamente a metà del loro viaggio.
io sono arrivato in aereo e con la piccola macchinetta di Farkhad-aka, ma loro come facevano?
quanto tempo impiegavano?
impressionante: a pensarci mi vengono i brividi.
ma i brividi sono anche altri e sono brividi positivi, ricchi di pathos, quando mi ritrovo al mercato, nella città vecchia.
guardando in una direzione vedo persone di etnia indiana, più in là facce arabe; mi giro e vedo fattezze mongole e poi cinesi e poi russe.
questo posto è un groviglio, un miscuglio di persone, di colori e forme della pelle, di colori di occhi e capelli.
è un intreccio di abiti che denotano la provenienza di ognuna di queste persone.
mi sembre di essere al centro del mondo, al centro dell’umanità per quante tipologie sono qui rappresentate, proprio qui; attorno a me.
sono avvolto da questo microcosmo multietnico e mi riempio gli occhi di queste immagini che resteranno per sempre nella mia mente.
il mercato mi ha affascinato, ma la piazza del Registan mi lascia senza parole.
le tre moschee che la delimitano sono di una bellezza unica.
sono stupende nella loro meravigliosa semplicità.
ovunque il colore predominante è l’azzurro, ma ciò che mi affascina è che questo azzurro che si vede sulle cupole è della stessa tonalità dell’azzurro del cielo.
se non fossi venuto in questo posto non avrei mai potuto vivere delle emozioni così intense.
che continuano alla vista del mausoleo di Tamerlano, epico condottiero capace di riempire pagine di libri di storia per le sue imprese nella seconda metà del 1.300, e dell’osservatorio astronomico fatto costruire da suo figlio agli inizi del 1.400.
anche l’osservatorio mi lascia allibito: è costruito nella roccia e pensare che alcune conoscenze di astronomia odierne sono passate per questo posto centinaia di anni fa mi conferma ancora di più la sensazione di trovarmi in un posto unico.
chissà come facevano a fare i loro calcoli, chissà cosa usavano al posto del computer.
mentre mi pongo queste domande finisco all’interno del negozio di souvenir dell’osservatorio.
guardo in giro i soliti oggetti ricordo – che perdono immediatamente significato quando sono strappati dai luoghi di origine – ma vengo attratto da alcuni rapidissimi movimenti della commessa che sta facendo un conto alla cassa.
le sue mani si muovono molto velocemente, ma non sta scrivendo.
mi avvicino e realizzo che sta facendo il conto, usando un pallottoliere.
un pallottoliere nell’epoca dei computer… è incredibile.
dopo aver terminato il conto mi guarda e mi chiede se voglio qualcosa; rispondo che voglio comprare il suo computer.
mi guarda un po’ sbalordita, probabilmente si sta chiedendo perchè uno straniero alquanto bizzarro vuole comprare lo strumento che usa per fare i conti, ma dopo una breve trattativa cede il suo pallottoliere.
sono soddisfatto! ho comprato un computer – che rappresenta un pezzo di storia – per dieci dollari.
l’unico inconveniente è che non lo so usare, ma poco importa.
mi interessa la magia che mi regala.
durante la cena con Vassilii-aka non faccio altro che raccontargli quanto mi sia entrata nella pancia Samarkand.
è la mia ultima sera a Tashkent; tra qualche ora sarò nuovamente nel mio mondo, ma questa esperienza è stata unica.
eravamo rimasti d’accordo di ritrovarci questa sera per cena ed ora siamo qui a festeggiare l’ordine firmato e tutto il resto.
la missione è quasi finita, ora posso lasciarmi andare.
dai un bicchiere di vodka alla nostra collaborazione.
un bicchiere all’amicizia, uno a Samarkand, uno a Farkhad-aka, uno all’amore, uno ai cushions che non ho usato, uno a me, uno a tutti i presenti nel locale.
dai andiamo a ballare che questa è l’usanza; gli uomini ballano e le donne lanciano delle banconote.
ragazzi mi gira la testa e tra poco devo andare in aeroporto.
nessun problema, brindiamo alla tua partenza, ancora vodka.
il cellulare suona.
ma chi cavolo è alle sette di mattina?
mentre cammino lungo i corridoi dell’aeroporto di Francoforte, ancora mezzo assonnato per il brusco risveglio ad opera della hostess con il sorriso tirato, cerco il telefonino.
è Farkhad-aka.
“Come stai Alex? tutto bene?”.
“ciao Farkhad-aka, tutto bene. ho sempre dormito e mi hanno dovuto svegliare le hostess; mi sa che abbiamo bevuto tanto. non ricordo neanche di essere salito a bordo dell’aereo”.
sento Farkhad-aka che ride di gusto; sto per rispondere alla sua risata, ma la mia mi si strozza in gola.
mentre cammino finisco davanti ad uno specchio e mi rendo conto che sto indossando un pastrano blu di lana di pecora e in testa ho una tjubetejka, il caratteristico copricapo uzbeko.
ma che diavolo ci faccio vestito così?
“Farkhad-aka, perchè ho queste cose addosso?”
“Alex hai mangiato, ballato e ancor di più bevuto come un uzbeko. hai tenuto testa a Vassilii-aka per la vodka che hai bevuto, ma lui beve vodka da quando era bambino!”.
“e con questo? perchè sono vestito così?”.
“sei diventato uno di noi, ora sei un uzbeko e sei anche vestito da uzbeko, Alex-aka”.
Damascus

certo che sono curioso di vedere un nuovo posto, ci mancherebbe.
ho accettato subito questo incarico, anche perchè il medio oriente ha sempre esercitato un suo fascino, da quando ci sono stato la prima volta, nel 1998.
e poi Damasco evoca ricordi d’infanzia, di certe letture, di suggestioni, di folgorazioni, sulla via di….
ma ho imparato anche che spesso le aspettative sono disattese.
e in fondo, probabilmente, Damasco sarà una città come tutte le altre del middle east: caotica, sporca, piena di traffico e di smog, con tanti minareti e moschee, piena di gente ovunque.
mi aspetto di trovare il suk, le persone che ti offrono un sorriso ed i loro prodotti, la voglia di trattare, negoziare, mercanteggiare, secondo un rito che risale alla notte dei tempi.
tutte cose già viste, ma la curiosità di trovare qualcosa di nuovo c’è sempre, ci mancherebbe.
il volo alitalia atterra alle 2 e 30 del mattino.
vorrei tanto chiedere a qualcuno perchè i voli che arrivano da queste parti, spesso atterrano a queste ore improponibili e ripartono ad ore allucinanti, come sarà per il mio viaggio di ritorno, previsto per le 4 e mezza.
rinuncio a chiedermelo e a chiedere spiegazioni, chissà poi a chi…
spero solo di fare presto l’immigrazione e ritrovare la mia valigia, incontrare l’autista che mi deve portare in albergo e andare a dormire.
se va tutto bene sono a letto alle 4…
l’immigrazione è lenta, anche perchè – come sempre – sbaglio fila, scegliendo quella più lenta.
in compenso la valigia, quando arrivo al nastro trasportatore, è già stata scaricata.
anche l’autista è al suo posto, ed esibisce un bel cartello con scritto “prof. Barulli”.
gli dico che può chiamarmi Alex e che del prof. non me ne frega un bel niente.
sorride, forse non capisce il perchè di ciò che ho appena detto, prende la valigia e mi guida alla macchina.
parla poco inglese e poi io non ho voglia di fare tanta conversazione, se non chiedergli perchè molti voli per il medio oriente arrivano a quest’ora.
ma tanto non saprebbe rispondermi e lascio perdere,
guardo fuori, anche se nel buio non riesco a vedere niente.
la strada è poco illuminata e a quest’ora non c’è traffico.
riesco a capire che ci vogliono 30/40 minuti per arrivare all’albergo.
forse ce la faccio ad essere a letto per le 4…
arriviamo in città e in giro non c’è traffico, probabilmente per il fatto che è sabato sera e domani, secondo il loro calendario, si lavora: inizia una nuova settimana.
però ci sono alcuni locali aperti: un rivenditore di gomme, un negozio di generi alimentari, una polleria…
a quest’ora del mattino?
sono qui per servire i viaggiatori che arrivano con i voli alitalia nel pieno della notte?
ma perchè mi faccio tutte queste domande….
tanto non avrò una risposta.
mentre mi avvio al banco della reception penso alla dormita che mi farò.
tra poco sarò a letto.
una nuova camera d’albergo, un nuovo letto, una nuova casa temporanea per un paio di notti.
quante camere d’albergo ho visto in vita mia!
il tipo alla reception mi sorride gentilissimo.
in inglese gli dico che c’è una prenotazione a mio nome.
“sorry, risponde lui, non c’è nessuna prenotazione”.
strano, vabbè prendo una camera e glielo dico.
“sorry, we are fully booked”.
cosacazzovuoledirechesietefullybooked?
io ho una prenotazione per una camera, per tre notti, presso questo hotel e voi me l’avete confermata!
ora voglio la mia camera e voglio andare a dormire!
sono le 4 passate!!!
calmo, cerca di stare calmo.
siamo in medio oriente, tutto è approssimativo, quindi non prendertela.
giusto, mantengo la calma e mi armo di santa pazienza.
prendo il computer portatile, cerco la mail di conferma ricevuta dal loro servizio di prenotazioni, gliela faccio leggere e gli chiedo la mia camera.
“sorry, no reservation confirmed under your name”.
machestiamoscherzando?
guarda amico che ti pianto un casino che non ti immagini!
mi girano le scatole per il volo atterrato ad orario improponibile, per la fila – sbagliata – all’immigrazione, perchè ho sonno, perchè non ho voglia di litigare e perchè voglio solo andare a dormire.
spiego, con gli ultimi residui di calma che mi sono rimasti, che sono lì per conto del ministero per il commercio internazionale, che devo tenere un corso di formazione a dirigenti dei loro ministeri, che ho una prenotazione…
il viso del tipo si illumina!
“yes, we have a room booked by italian embassy”… è la mia stanza!
mi dice che stanno aspettando il guest italiano, che sarebbe dovuto arrivare già da un po’…
cazzo sono iooooo!
sono io il guest italiano, sono io che ho una stanza prenotata, sono io che voglio andare a dormire.
con un sorriso gentilissimo, mi porge la chiave elettronica.
posso finalmente andare in camera a dormire.
guardo l’orologio: le 5 e un quarto…
mi sveglio tardi.
è normale: sono andato a letto tardissimo e tutto è slittato.
fortunatamente oggi è giorno libero, quindi me la posso prendere con calma.
però l’ora della colazione è passata da un pezzo.
tutta colpa di quegli aerei che arrivano nel pieno della notte e di quelle prenotazioni che ci sono ma non si capiscono.
una doccia veloce mentre attendo la colazione, che ordino in camera, visto che per quella alla caffetteria sono ormai fuori tempo massimo.
poi uscirò per fare un giro della città.
cammino a piedi, guardandomi attorno e facendomi guidare dall’istinto di chi ama curiosare, scoprire, osservare.
le solite cose di tutte le città mediorientali: sporcizia, hotel di lusso, traffico, gente per la strada, venditori ambulanti.
tutte cose così.
è come mi aspettavo, niente di nuovo.
l’istinto mi fa infilare in una via, ed inizio a percorrerla.
ad un certo punto vedo un cancello ed un cartello: madrassa.
una scuola coranica.
cavolo, chissà se si può entrare; in fondo il cancello è aperto.
entro, scendo una decina di gradini ed inizio a percorrere un vialetto interno.
mi fa strano essere in una scuola coranica, ma se qualcuno mi dice qualcosa, risponderò che mi sono perso.
echecazzo… mica se la possono prendere se uno si perde!
un senso di leggero timore, misto a curiosità ed emozione, mi pervade, soprattutto quando dal vialetto interno finisco in un cortile dal quale si accede ad una moschea.
una moschea?
porca eva, ma gli occidentali, gli infedeli, non possono avvicinarsi alle moschee.
e poi ultimamente i giornali e le televisioni in italia sono pieni di servizi su islam, moschee, imam che quasi quasi un po’ di preoccupazione mi viene anche a me.
la curiosità è però forte.
mi avvicino al cancello di ingresso e sbircio la porta aperta che lascia intravedere un po’ l’interno, dove un uomo in ginocchio sta pregando.
sono attratto da questa situazione “proibita”, è inutile negarlo.
sto continuando a guardare dentro, quando all’improvviso vedo davanti a me l’imam, il sacerdote della moschea.
cazzo… e adesso?
mi guarda negli occhi ed io ricambio.
lo sguardo è penetrante, ma non cattivo, nè ostile.
la barba bianca gli incornicia il volto.
si rende conto che sono straniero, ma tutto ad un tratto sorride e mi dice: “you may enter”.
cosa? stento a credere a ciò che ho sentito…
posso entrare? “really”?
si porta la mano destra sul cuore, nel gesto tipico del rispetto e con un leggero inchino mi dice “please… you’re welcome”.
sono senza parole; non mi sarei mai aspettato un invito del genere.
io straniero invitato ad entrare nella moschea della madrassa.
l’imam mi fa segno che per entrare devo togliere le scarpe.
mi siedo sui gradini, tolgo i miei scarponcini – che deposito negli appositi contenitori – e comincio a muovere i primi passi sui tappeti che conducono all’ingresso principale.
mi avvicino alla porta di accesso alla moschea.
l’imam, fermo sulla porta, forse legge nei miei occhi un attimo di esitazione prima di varcare la soglia.
sorride e ripete “please… you’re welcome”.
un passo e sono dentro.
è comunque un’emozione, un momento che non avrei mai immaginato.
mi indirizzo sulla sinistra dell’ingresso e mi sistemo vicino al muro, quasi a volermi parare le spalle.
nella grande sala è presente solo una persona.
è avanti a me di qualche metro, seduto sulle ginocchia.
tutto è calmo, tutto è tranquillo e piano piano mi tranquillizzo anche io.
sono in una moschea e mi inginocchio.
chi l’avrebbe mai detto?
mi guardo attorno.
sono sorpreso dal non vedere immagini sacre, quadri, dipinti o qualsiasi altra forma di esteriorità che rimandi ad Allah.
mi dico che poi, in fondo in fondo, non c’è niente di male ad essere lì, anche se non è il mio posto.
ma se rispetto la casa degli altri, posso stare in qualsiasi posto.
l’altra persona si alza e se ne va.
rimango solo, immerso nel mio senso di pace.
entra un’altra persona, mi vede e si avvicina.
ecco – penso – ora iniziano i problemi.
l’uomo mi guarda ed inizia a parlarmi in arabo.
rispondo che capisco l’inglese e mi aspetto la sua reazione.
in fondo non dovrei essere lì.
in un inglese stentato mi fa capire che deve andare a lavarsi le mani ed i piedi, come gesto di purificazione per la preghiera.
faccio segno di capire, annuisco.
si toglie il giaccone di pelle e mi fa capire che lo vorrebbe lasciare lì vicino a me, per il tempo necessario alle abluzioni.
sono sorpreso!
tu vuoi lasciare qui – a me, straniero – il tuo giubbotto di pelle?
ti fidi?
io continuo a stare in ginocchio, lo guardo dal basso verso l’alto e faccio di sì con la testa.
l’uomo piega il giaccone e lo sistema vicino a me.
poi mi fa vedere l’orologio e mi fa capire che vorrebbe che io tenessi anche quello.
anche l’orologio? a me che sono staniero?
esterrefatto, dico di sì.
ma il massimo dello stupore la raggiungo quando mi lascia il portafogli.
ed io mi ritrovo lì, in ginocchio in una moschea, a custodire gli oggetti che un siriano mi ha affidato.
inevitabilmente mi domando se una cosa del genere potrebbe accadere da noi, a ruoli invertiti.
il tipo, che nel frattempo era uscito, rientra, mi guarda, sorride e dice “shukran”, grazie.
rispondo “afwan”, prego, mentre lui riprende le sue cose e si avvicina al muro della preghiera.
io sono ancora colpito dall’episodio, quando vedo l’imam passarmi dietro le spalle e dirigersi verso una stanzina nell’angolo della sala.
poco dopo gli altoparlanti iniziano a diffondere la sua voce.
“Allah akbar, Allah akbar, Allah akbar”.
l’imam chiama i fedeli alla preghiera e immediatamente la moschea si riempie di una decina di persone.
e adesso che faccio?
sono ancora qui in ginocchio, sta per iniziare la preghiera ed io sono un infedele.
che faccio?
la tentazione è quella di alzarmi ed andarmene, ma è come se qualcosa mi trattenesse lì.
l’invocazione “Allah è grande” lascia il posto alla litania dell’imam.
ricordo la prima volta che l’ho sentita: ero a Dubai e fu emozionante.
è un canto dolce, morbido, affascinante.
penso che il mio Dio non si offenderà se resto lì a rispettare un altro Dio.
e questo altro Dio in fondo sarà contento di vedermi lì a rendergli omaggio.
in fondo da qualche tempo mi sono convertito ad una religione che è racchiusa in una poesia araba, di Ibn l-Arabi e che in questo momento, mentre sono inginocchiato in una moschea a Damasco, mentre ascolto la preghiera dell’imam, mi torna in mente:
“il mio cuore è divenuto capace di accogliere ogni forma
è pascolo per le gazzelle,
un convento per i monaci cristiani,
è un tempio per gli idoli,
è la ka’ba per il pellegrino,
è le tavole della torah,
è il libro del sacro corano.
Io seguo la religione dell’amore,
quale mai sia la strada che prende la sua carovana:
questo è il mio credo e la mia fede”.
l’imam ha finito la preghiera; me ne accorgo, destandomi dai miei pensieri, perchè non sento più la sua dolce invocazione.
sono ancora in ginocchio, quando l’imam mi passa davanti, mi guarda ed accenna un sorriso.
rimango solo qualche istante, poi decido che è ora di andare.
mi sento leggero, sereno ed in pace con tutto e con tutti.
un’ultima occhiata alla moschea, mi alzo ed esco.
prendo le scarpe, le indosso con calma e mi avvicino al cancello.
l’imam è lì, con la sua barba bianca ed i suoi occhi dolci.
è contento, lo vedo da come sorride.
io sono ancora più contento di lui per il regalo che mi ha fatto.
lo ringrazio, portandomi la mano destra sul petto ed inchinandomi leggermente: “shukran”.
lo stesso gesto lo ripete lui verso di me: “afwan”, prego.
ciao amico mio, “salam aleikum”.
“aleikum salam”.
riprendo la strada verso l’hotel e mentre cammino, penso.
non avrei mai immaginato di vivere un’esperienza così, di assistere ad una preghiera in una moschea islamica.
ma niente succede mai per caso.
inshallah… a Dio piacendo.
Banja Luka

Spiro dorme.
non potrebbe essere altrimenti, dopo il pranzo a base di carne di agnello che ha ingurgitato.
e poi non gli avrei lasciato l’auto aziendale per nessun motivo, men che meno su queste strade, conoscendo la facilità con la quale distrugge veicoli in incidenti più o meno gravi.
non voglio rischiare per nessun motivo.
piove, che la metà basterebbe.
le indicazioni sono tutte in cirillico e non ci capisco granchè.
seguo una classica, vecchia cartina stradale, perchè qui il navigatore non funziona.
repubblica serba di bosnia. questo posto è assurdo, in tutto e per tutto.
è uno stato nello stato, un’entità, come viene definita, serba all’interno della bosnia erzegovina.
il bello è che questo stato, che ha proprie regole ed una propria struttura, per la comunità internazionale non esiste.
e allora dove siamo, se questo posto non esiste?
a guardare fuori, potremmo dire di essere in un incubo, visti i resti delle case distrutte nella prima guerra di bosnia.
per non parlare dei mezzi blindati, anch’essi distrutti, e tuttora abbandonati lungo la strada, come testimoni di ciò che è successo.
la prima guerra di bosnia non ha fatto a tempo a finire che è iniziata quasi subito la seconda.
tre giorni fa eravamo a mostar e le forze armate riunite nella – pomposamente definita – coalizione internazionale hanno lanciato l’offensiva contro la serbia, colpevole di reprimere nel sangue l’insurrezione albanese in kosovo.
tutto sommato noi ci sentiamo al sicuro.
certo che venire a trovare i clienti proprio in questi giorni non è stata una grandissima idea, ma prima Spiro non poteva e fra un paio di settimane io devo andare negli stati uniti.
no, non c’è altro da fare: bisogna fare il viaggio in questi giorni. pazienza.
mentre penso a queste cose, e all’assurdità di questo posto, prendo inavvertitamente una buca.
l’auto sobbalza e Spiro batte la testa contro il finestrino, ma senza svegliarsi.
capisco che non è solo l’agnello che ha mangiato a farlo dormire, ma anche il vino che ha bevuto.
Spiro è croato, ma vive in italia da anni. dopo i primi periodi vissuti di espedienti si è inventato un lavoro come agente e aiuta le imprese che vogliono vendere nella ex jugoslavia.
la sua principale preoccupazione è che i capelli gli stiano in ordine e che la sua donna risponda al telefono tutte le volte che lui la chiama.
ho imparato a fidarmi di lui, dopo il nostro viaggio insieme, l’anno prima.
ma eravamo stati solo a mostar e non era successo niente di strano, a parte l’ubriacatura dell’ultima sera, quando imbarcata l’auto sul traghetto da spalato ad ancona ce ne siamo andati a cena al ristorante della nave. in quella occasione abbiamo mangiato un bel filetto e bevuto vino rosso, poi siamo passati al bar ed abbiamo festeggiato la nascita di una bella amicizia, continuando a bere fino a che la costa marchigiana non era ormai che a poche miglia di navigazione.
ma questo viaggio è diverso, più impegnativo. non fosse altro per i 3.000 km. che abbiamo intenzione di percorrere su queste strade disagiate e la nuova guerra che è appena iniziata, a pochi chilometri da noi.
altra buca nella strada, altro sobbalzo.
Spiro grugnisce, ma continua a dormire. sono ormai un paio d’ore che dorme e che non chiama la sua donna.
con lei fa il duro, ma a volte rivela anche le sue paure.
come due sere fa a tuzla, quando siamo arrivati in albergo. Spiro si è fatto cambiare la stanza del decimo piano con una del secondo.
avevamo appena saputo che due mig serbi erano stati abbattuti dalla contraerea nato a soli otto chilometri – otto – dal posto in cui avremmo passato la notte.
“se dobbiamo fuggire facciamo prima a scendere dal secondo piano, no?”
certo non fa una piega, ma io sono fatalista e mi tengo la mia, al decimo.
e adesso dove vado?
un incrocio non segnato sulla mappa e solo indicazioni in cirillico.
continua a piovere, Spiro continua a dormire e non so dove cavolo andare.
non dovrebbe mancare molto ormai, anche se non sono sicuro di niente. neanche di dove siamo.
anzi forse non siamo da nessuna parte, visto che questo posto, questo paese ufficialmente non esiste.
vado a sinistra e speriamo bene.
la notte passata a tuzla è stata tutto sommato tranquilla, nonostante la preoccupazione di Spiro che qualcuno ci potesse bombardare l’hotel. l’indomani mattina partiamo alla volta di doboj, un’altra tappa di questo viaggio assurdo.
in questi posti sembra che il tempo si sia fermato a 50 anni fa, anche se non so esattamente come poteva essere 50 anni fa, visto che non ero ancora nato.
però forse era così, con la gente che andava in giro con i trattori o con i carri trainati dai muli.
povera gente, certo, ma fiera e soprattutto provata dai dolori della guerra che ha messo gli uni contro gli altri. serbi, croati e bosniaci sono stati tutti insieme per più di quaranta anni, prima che il paese si disgregasse.
dalla sera alla mattina hanno tirato fuori le armi da sotto il letto per combattere il vicino di casa, con il quale fino alla sera prima avevano bevuto vino e giocato a carte.
anche la storia recente di questo posto sembra assurda, anzi lo è.
anche doboj ci riserva qualche emozione, ma non di tipo militare, visto che ci stiamo allontanando dal confine con la serbia ed il pericolo diminuisce. però, come in campo militare, c’è una escalation.
dapprima l’incontro con il cliente di Spiro, che ci attende elegantissimo e fiero della sua azienda – poco più che un garage polveroso – dove però non ci sono neanche sedie a sufficienza per tutti e tre.
poi la cena, che lo stesso cliente ci offre in un posto sperduto chissà dove, in questo paese assurdo che non esiste, e che ha avuto come piatto principale l’aglio!
e quindi aglio con pane abbrustolito e olio. aglio con tartare di carne. aglio con le verdure.
mi aspetto anche un dolce all’aglio, visto come si è evoluta la cena, ma invece mi servono qualcosa che non ho ben capito cosa sia, anche se a prima vista sembra una sorta di zuppa inglese.
tutti mangiano contenti, Spiro più di chiunque altro. e mentre i suoi occhi brillano come quelli di un bambino felice, con un sorriso che gli prende tutta la faccia mi dice che il dessert è una specialità del posto ed è ricavato dal latte di capra.
in quel posto assurdo, con quella gente assurda, con quel cibo assurdo, penso che sto sognando, che ciò che sto vivendo non è vero.
in fondo sono in un paese che non esiste, quindi tutto ciò che sto vivendo è irreale.
il cartello stradale mi dice che mancano 20 chilometri.
la direzione che avevo preso, a sinistra, era quella giusta.
sono contento perchè non abbiamo perso tempo e perchè non devo sopportare i rimproveri di Spiro, per aver sbagliato strada.
dopo la cena a base di aglio e gran finale nel latte di capra il cliente ci accompagna in albergo.
la struttura è buia ed anche la reception è poco illuminata.
certo non posso aspettarmi un hotel di lusso in questo posto, ma la costruzione ha un aspetto un po’ inquietante, quasi sinistro.
ci salutiamo, ringraziamo per la serata e andiamo a dormire. la camera non è male, pensavo peggio.
e poi sono talmente stanco e pieno di aglio che mi butto a letto e sprofondo nel sonno, figuriamoci se presto attenzione a dove sono.
durante la notte mi sembra di sentire delle grida, ma mi dico che è il mix di aglio, latte di capra e vino che mi fanno sentire qualcosa di irreale, frutto della mia mente stressata da qualche giorno di bosnia.
all’improvviso sento bussare alla porta. che cavolo di ore saranno?
è Spiro, che mi dice che dobbiamo sbrigarci ad andarcene, senza spiegarmi perchè.
dice che la doccia non funziona, per un guasto, ma dalla reception ci stanno mandando due secchi d’acqua calda a testa per lavarci. però se mi sbrigo è meglio, perchè dobbiamo andare via.
boh, non capisco. sono le sei e mezza e non so capacitarmi di tutta questa fretta.
si sentono delle grida, allora quelle di questa notte erano vere, non frutto della mia fantasia.
chissà chi è che grida così e per quale motivo.
bussano alla porta; saranno quelli della reception con l’acqua calda. apro senza pensarci e mi trovo di fronte un energumeno alto due metri, senza denti, senza un occhio, dall’aria molto assente.
chiudo prontamente e chiamo Spiro sul cellulare; gli spiego chi c’è davanti alla mia porta e che non so cosa possa volere da me.
Spiro ha saputo poco prima che solo alcune camere dell’hotel sono ancora adibite ad albergo: il resto è stato utilizzato come manicomio per chi è impazzito a seguito degli orrori della guerra e l’energumeno è uno di loro.
inoffensivo, ma inquietante.
prima di chiudere la telefonata Spiro mi chiede di non consumare tutta l’acqua: lui ha finito i suoi due secchi ma gliene serve ancora un po’ per sistemarsi i capelli.
è tutto assurdo: il paese assurdo, il posto assurdo ed anche Spiro con i suoi capelli sono assurdi.
continua a piovere, anche se l’intensità è diminuita.
siamo ormai ad una decina di chilometri dalla nostra ultima tappa, forse anche meno, in orario per il nostro appuntamento con il cliente che ci attende.
prendo l’ennesima buca di questa strada, Spiro sbatte nuovamente la testa sul finestrino e si sveglia.
“cazzo Alesandro, chi ti ha dato la patente? è la terza buca che prendi oggi!”.
deve essere proprio incazzato per chiamarmi Alesandro, come dice lui, con una sola esse. Solitamente mi chiama Alex, anche se in croato sarebbe Aleks. il suono è lo stesso, ma si scrive diversamente.
ha ragione, ma vorrei dirgli che lui non ha visto in che condizioni era la strada – ha dormito tutto il tempo – e che se ho beccato tre buche solo è stato un miracolo.
altro che chi mi ha dato la patente. e poi, detto da lui…
però se ha dormito tutto il tempo, come ha fatto a tenere il conto delle buche che ho preso?
Spiro è così: mi sorprende sempre.
“dov’è banja luka?”
neanche il tempo per lui di finire la domanda ed ecco il cartello che annuncia l’inizio della città, capitale della repubblica serba di bosnia, lo stato che non esiste.
eccola, tranquillo: siamo arrivati.
“dobro, bene” dice Spiro, ancora mezzo addormentato, che si attacca subito al telefono per chiamare la sua donna.
mentre parla con lei prende lo specchio retrovisore – cazzo mi serve, sto guidando! – lo ruota verso di sè e si controlla i capelli, sistemandoli prima del nostro appuntamento.
spero che l’ultima tappa del viaggio sia abbastanza tranquilla. ma scoprirò nelle ore successive che non è affatto così, anzi.
a banja luka dobbiamo incontrare Dusko.
non ho capito di cosa si occupa esattamente – Spiro è stato parecchio evasivo – però mi rendo subito conto che il giro è grosso.
appena arriviamo ci presenta il suo staff, del quale fanno parte anche quattro energumeni vestiti di nero, grossi come quello che mi sono trovato davanti alla porta della camera nell’hotel manicomio di doboj.
questi però hanno l’aria molto più vigile di quello.
due di loro prendono la moglie ed il figlio di Dusko e li scortano via. gli altri due rimangono vicino a Dusko.
ha circa trent’anni e ci racconta un po’ di sè.
durante la guerra ha avviato un’attività di trading – mi guardo bene dal chiedergli di che prodotti – ed ora importa ed esporta qualsiasi cosa che si possa comprare e vendere.
sorride sempre, anche se sono quei sorrisi dai quali è bene guardarsi con molta attenzione.
in questo posto assurdo ne devono aver viste di tutti i colori ed ho l’impressione che non si vada tanto per il sottile.
passano velocemente un paio d’ore, durante le quali Spiro e Dusko parlano di business.
io non intervengo quasi mai, anche perchè la trattativa viene fatta in croato.
alla fine Spiro mi dice che è tutto a posto, che Dusko vuole comprare i nostri prodotti e che quando rientreremo in italia ci farà aver un bell’ordine.
tutti felici e contenti, bisogna andare a festeggiare. cena e poi a ballare.
non vorrei fare tardi perchè domattina alle otto ripartiamo e dobbiamo fare 1.000 chilometri per rientrare, passando per zagabria, lubjana, trieste e via.
mentre siamo in macchina per andare al ristorante cerco di sapere qualcosa di più di Dusko, ma Spiro deve chiamare la sua donna e mi dice solo che è un capo in città.
un capo, un boss. forse è meglio non sapere altro, meglio non vedere certe cose assurde, soprattutto in un posto come questo.
ci fermiamo dietro l’auto guidata dagli uomini di Dusko.
Spiro mi dice che dobbiamo scendere per salire in un appartamento. a fare che?
Dusko gli ha chiesto se mi intendo di mobili in legno e Spiro gli ha detto di sì.
io non ne so niente e Spiro, che quando fa così lo ammazzerei, ha invece detto che sono un esperto e Dusko può contare sul mio parere per decidere o meno l’acquisto di ciò che una coppia di banja luka gli ha proposto: un mobile del ’700. originale.
cosa? ed io dovrei dire se è originale o meno? ma siamo matti?
ecco adesso ci mettiamo nei casini. anzi Spiro mi ha già messo nei casini.
le scale che saliamo per giungere al secondo piano sono illuminate dalla luce di un paio di lampadine ormai coperte da uno strato di polvere, al punto che si fa fatica a vedere.
le pareti non intonacate, men che meno imbiancate. sporco ovunque. in qualche angolo buio c’è sicuramente anche qualche topo che ci osserva furtivamente: Dusko, i suoi due angeli custodi, Spiro e io.
Spiro sta ancora parlando con la sua donna.
e qui, in uno di questi appartamenti ci dovrebbe essere un mobile originale del ’700? tutto può essere, ma mi sembra assurdo.
l’appartamente è illuminato da candele.
piccolo ed esageratamente pieno di oggetti ovunque, manca l’aria.
la padrona di casa è bionda, spettinata, molto magra nei suoi jeans e con uno strano sguardo. in mano una sigaretta accesa. non saprei proprio dire quanti anni possa avere.
lui sta in disparte e non dice una parola.
il mobile è in un angolo.
cerco di calarmi nella parte, penso di inventarmi qualcosa che ancora non so.
c’è un odore strano in giro, non riesco a capire se è aria viziata, consumata o cosa.
mentre mi avvicino passo a fianco ad un tavolino dove vedo una siringa, un cucchiaino, un accendino e della polvere bianca che non è certamente zucchero.
faccio finta di niente e mi avvicino al mobile, lo osservo, lo tocco.
dietro di me sento dei movimenti fra le persone, come se si scambiassero qualcosa. parlano sottovoce, come se potessi ascoltare e capire.
prima che io possa dire qualsiasi cosa Spiro mi dice che dobbiamo andare, che a Dusko non interessa la cosa.
non chiedo niente, non dico niente, mi metto in coda agli altri ed esco da quel posto.
dopo la cena Dusko vuole che andiamo a ballare nel suo regno.
dice proprio così, il mio regno.
mi chiedo cosa possa intendere, poi mi dico che di lì a poco me ne renderò conto.
prima di andare in discoteca passiamo in albergo, lasciamo l’auto aziendale e saliamo sul fuoristrada di Dusko, un hummer tanto imponente quanto le sue due guardie del corpo.
lungo la strada ci dice che deve fare una deviazione, per passare un attimo a casa a salutare la moglie ed il bimbo piccolo.
ok, nema problema, nessun problema, ci mancherebbe.
Spiro chiama la sua donna e si guarda i capelli nell’immagine riflessa sul vetro.
arriviamo davanti al locale e c’è una moltitudine di persone. saranno quattro cinquecento.
se stiamo in fila ci vorrà un’ora per entrare, facciamo tardi e noi domani dobbiamo partire presto.
magari facciamo un’altra volta, eh?
nema problema. stai tranquillo.
i due uomini davanti, Dusko dietro di loro e poi io e Spiro.
mentre procediamo verso l’ingresso la folla si sposta, smettendo di parlare quando passa Dusko.
solo a quel punto vedo che si è infilato due revolver dietro la schiena, nella cintura.
porca puttana! ecco cosa ha preso a casa: le armi.
e certo, lui è un capo, lui è un boss, ma qualcuno potrebbe non essere d’accordo e potrebbe volere il suo posto.
così lui è pronto a difendersi, con i suoi revolver.
ma noi siamo con lui e se qualcuno se la prende con lui, non è che sta a vedere chi siamo, cosa facciamo, da dove veniamo.
no, se qualcuno ce l’ha con lui se la prende anche con noi, che siamo con lui.
cazzo, cazzo, cazzo! ma siamo matti?
no dai, andiamo via. che cavolo stiamo a fare qui? è assurdo.
Spiro mi dice di smetterla di rompere. siamo al sicuro. Dusko è un capo e nessuno farà niente a lui e a noi.
sarà anche così, ma non ne sono del tutto sicuro.
ci sistemiamo in una specie di palco rialzato ed in bella vista – così che se qualcuno vuole fare un attentato al capo lo becca facilmente, ma prende anche noi – riservato a Dusko.
prendo un whisky e aspetto nervoso che il tempo passi velocemente, sperando di tornare quanto prima in hotel.
che situazione assurda!
ripenso al burek – un impasto di carne di manzo, vitello e cipolle – mangiato alla mattina del nostro arrivo a spalato, appena scesi dal traghetto, alle otto. stipe e la moglie, sempre molto carini nel darci ospitalità a mostar. i campi disseminati di croci e lapidi lungo la strada che porta a sarajevo. i cartelli “mine” ancora presenti. l’avvio dei bombardamenti in serbia, a pochi chilometri da noi. l’hotel di tuzla, con le camere al decimo piano. il manicomio di doboj. le buche lungo la strada. Spiro che telefona alla sua donna e si sistema i capelli. Dusko. banja luka e il paese che non esiste. Le pistole…
sono stanco. mi si chiudono gli occhi e domani mattina facciamo 1.000 chilometri per tornare. andiamo via da questo posto. ne abbiamo viste abbastanza.
bussano alla porta.
sento la voce di Spiro che mi chiama. vuoi vedere che non ho sentito la sveglia?
vado alla porta e la apro.
invece di Spiro mi trovo di fronte una bellissima ragazza bionda, che mi sorride.
che cos’è? neanche chi è, mi viene proprio da chiedere che cos’è.
Spiro mi dice che è un regalo di Dusko, per farmi passare una buona notte.
ma che buona notte. sono le quattro del mattino e poi non voglio nessun regalo di questo tipo da un cliente.
Spiro mi dice che se non accetto Dusko si offende e se si offende non fa l’ordine e senza ordine Spiro non prende le commissioni.
non mi interessa, voglio dormire, capito?
tienitelo tu il regalo.
ci mancava solo questa. fortuna che tra poche ore partiamo. è finita.
via, via. via veloci da questo posto.
Spiro dorme.
è salito in macchina tutto profumato e con i capelli a posto, dopo essersi goduto il mio regalo per tutto quello che restava della notte.
non ha chiuso occhio e come si è seduto si è addormentato.
squilla il suo cellulare. è Dusko che ci augura buon rientro, che si dice amareggiato perchè non ho gradito il suo regalo. dice a Spiro che la prossima volta che torno mi regala un ragazzo, perchè se ho rifiutato la bionda vuol dire che non mi piacciono le donne.
ci mancava solo questa! la ciliegina sulla torta.
non vedo l’ora di passare la frontiera e di uscire da questo paese assurdo, che non esiste.
salutiamo Dusko e Spiro ritorna a dormire.
dorme anche quando passo la frontiera a slavonski brod – il valico con la croazia – ma ho il suo passaporto, quindi non c’è bisogno che lo sveglio. ho fretta di andarmene dalla bosnia. ho bisogno di tornare alla normalità.
il doganiere bosniaco prende i passaporti, li controlla e mi fa cenno di passare. pochi metri più avanti, mi aspetto la stessa cosa dal doganiere croato.
invece no. mi dice di accostare.
perchè? chiedo in inglese. cosa c’è che non va? devono fare un controllo.
forse è il caso di svegliare Spiro, se non altro per comunicare con loro nella loro lingua.
accosto e l’auto viene circondata da tre agenti della polizia criminale, con tanto di passamontagna a nascondere il viso.
ma che cavolo succede?
ci intimano in modo deciso di scendere. non capisco perchè.
iniziano a tirare fuori tutte le valige, i cataloghi, sollevano l’auto con il crick e guardano sotto, infilano una sonda nel serbatoio.
Spiro porca troia, ma perchè fanno così? che problema c’è?
“non lo so” risponde tranquillo “forse quando hanno fatto il controllo del mio passaporto hanno visto che quando avevo vent’anni ho picchiato un poliziotto”.
cosa? ma potevi dirmelo, potevi passare a piedi invece di farci smontare la macchina dalla polizia criminale. porca puttana Spiro è assurdo!
“stai tranquillo Alesandro, nema problema”.
si avvicina alla guardiola del poliziotto, controlla i capelli e chiama la sua donna. “tardiamo un po’, perchè alla dogana c’è la fila per passare”.
Spiro dorme, come al solito.
siamo appena entrati in italia, dopo aver perso un bel po’ di tempo.
ho altri 500 chilometri da fare, ma il più è alle spalle.
per come dorme tranquillo sembra che non sia successo niente, che non ci sia stato nessun problema.
quasi che non ci fossimo neanche andati fino a banja luka.
assurdo.
